Come rendere più sicuri gli indumenti appena acquistati

Quando acquistiamo un capo di vestiario, oppure ce ne viene regalato uno, la prima cosa che si fa è indossarlo, per provare la misura e per verificare se ci dona. La seconda cosa da fare sarebbe… toglierlo e metterlo a lavare! Perchè questa precauzione?

I coloranti per tessuti possono essere sensibilizzanti o allergizzanti, in particolare quelli detti “in dispersione“, utilizzati perlopiù su tessuti sintetici. Essi hanno la caratteristica di non legarsi chimicamente al tessuto, così vengono fatti penetrare nelle fibre tramite altre sostanze dette “fissativi”; tuttavia, le molecole di colorante rimaste sugli strati più esterni dell’indumento tendono ad allontanarsi e a depositarsi sull’epidermide; sfortunatamente sono anche liposolubili e quindi penetrano volentieri nella nostra pelle, andando ad accumularsi nei cuscinetti adiposi. In particolare sono considerati allergizzanti i colori scuri (nero, blu, verde scuro) sui tessuti sintetici; fra le condizioni peggiorative vi sono la pelle irritata o lesionata, gli indumenti aderenti, il sudore e il calore eccessivo.

Un’altra sostanza allergizzante, oltre che tossica, è la formaldeide rilasciata da resine appositamente create per fissare i coloranti e per rendere più forti le fibre di cotone e misto cotone/poliestere, oltre a renderle irrestringibili e meno stropicciabili. In passato si usavano resine ad alto tenore di formaldeide, mentre ora il contenuto è mediamente inferiore, come richiesto dalle normative restrittive; tuttavia si registrano ugualmente casi di allergia. Gli scienziati pensano che tale fenomeno sia dovuto a una esposizione alla formaldeide relativamente massiccia da fonti diverse, quali certi conservanti usati in detergenza e in cosmetica (i “precursori di formaldeide”, che sprigionano questa sostanza durante la loro azione conservante), in vernici e colle che abbondano nei derivati del legno (truciolari e compensati); tale esposizione è in grado di sensibilizzare i soggetti predisposti, mentre la successiva esposizione alle piccole dosi contenute nei vestiti è poi sufficiente a scatenare la risposta allergica.

Questi sono i contaminanti principali; ce ne sono tanti altri, soprattutto nell’abbigliamento proveniente da Paesi extraeuropei, nei quali non esistono normative restrittive come quelle europee nei confronti delle sostanze tossiche. Le norme europee, in particolare il REACH, cercano di tutelare i cittadini dall’esposizione alle sostanze tossiche, ma molti capi di vestiario contaminati riescono comunque ad arrivare fino al mercato europeo, come riferitoci da docenti di Allergologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia.

Che cosa si può fare per prevenire manifestazioni allergiche? Fra i consigli dati alle persone sensibili agli allergeni dal testo medico “Fisher’s Contact Dermatitis” (Rietschel RL et al., 1995), vi è quello di lavare almeno 2 volte ogni indumento nuovo, prima di indossarlo. In linea di massima una persona sana, che non ha ancora manifestato reazioni allergiche, può già tutelarsi lavando il capo di vestiario nuovo almeno una volta, utilizzando un detersivo senza allergeni e senza conservanti precursori di formaldeide.

Nel Fisher’s viene comunque rimarcato che i livelli di formaldeide liberata nel tessuto potrebbero aumentare anche successivamente, con il degradarsi delle resine fissative e il conseguente rilascio della molecola tossica; bisogna quindi lavare relativamente spesso i tessuti a rischio.

Quali sono i prodotti di lavaggio da utilizzare? È ovviamente importante che i detergenti non contengano allergeni, né precursori di formaldeide, ma anche che non contengano sostanze sensibilizzanti, come gli sbiancanti ottici: la pelle sensibilizzata o irritata è maggiormente permeabile alle sostanze tossiche e agli allergeni. Fra i detersivi con queste caratteristiche, senz’altro possiamo annoverare i prodotti Bensos, considerando anche il valore aggiunto costituito da vari altri parametri interessanti: il bassissimo impatto ambientale, l’assenza di sostanze tossiche a lungo termine e, non ultima, l’efficacia.

Bibliografia:  Pubmed-Toxnet; B Kakande; Rietschel RL, Fowler JF; Brookstein DS.

 


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