Il dibattito sull’impatto della chimica tradizionale e delle aziende con politiche conservatrici sull’ambiente e sulla salute è molto attuale. Le sostanze chimiche provatamente persistenti e tossiche a lungo termine, fra quelle implicate nella produzione dei detersivi e detergenti ma anche in quelle che servono nella produzione degli imballaggi, sono numerose, ma parecchie sono pure quelle sospettate di tossicità e attualmente sotto indagine. Sembra però che le industrie tradizionali oppongano una certa resistenza alla loro abolizione e alla loro sostituzione con sostanze non preoccupanti.

Come mai molte industrie di detersivi non vogliono passare alla Chimica verde?

Le ragioni risiedono nei processi produttivi dei prodotti di pulizia e degli imballaggi, consolidati nell’uso di materiali “vecchio stampo”, e nei bassi costi a loro associati. È infatti indubbio che modificare un prodotto finale o la modalità di produrlo, modificando le sostanze coinvolte, il più delle volte porta a un aumento dei costi, dovuto se non altro al fatto che le sostanze nuove non sono ancora diffuse sul mercato e sono pertanto più costose per l’assenza di concorrenza nell’offerta, tale da far abbassare i prezzi.

Le sostanze non-green sono svariate

Associazioni no-profit di scienziati indipendenti, come la svedese ChemSec (Segretariato Chimico Internazionale), cercano di orientare le aziende all’abbandono delle sostanze tossiche e persistenti nei processi produttivi, dimostrando che tali sostanze non solo persistono e si accumulano nell’ambiente, ma anche nei materiali soggetti a riciclo, come gli imballaggi in plastica o in carta, i tessuti, etc.. Agenti plastificanti come gli ftalati e i bisfenoli, ma anche sostanze usate come ritardanti di fiamma, filtri solari, antiossidanti per cosmetici e per alimenti (come il BHA e il BHT) e svariate altre categorie di utilizzo presentano preoccupanti tossicità a lungo termine, spesso associate con la scarsa o nulla biodegradabilità. Può sembrare strano, ma le aziende spesso sono poco disposte a sforzarsi di sostituirle.

Le “scuse” accampate dalle aziende

Secondo ChemSec (report “What goes around”, febbraio 2020; articolo “The risk is dead”, maggio 2021) le aziende scelgono spesso l’éscamotage della “riduzione del rischio”, ossia sostengono che abbassando la concentrazione delle sostanze tossiche si possa minimizzare il rischio per la popolazione. Ciò che sostiene ChemSec è che questa tendenza si sta rivelando sempre più dannosa, in quanto si parla di grandi consumi e diffusione molto ampia dei materiali contaminati, fra l’altro con sostanze che tendono ad accumularsi non solo nell’ambiente ma anche nei materiali riciclati: non ha senso considerare certi livelli di concentrazione più sicuri di altri, certe sostanze andrebbero abolite e basta. In questo modo si potrebbe incrementare anche la filiera del riciclo, che non sarebbe più un “concentratore” di sostanze tossiche come adesso, bensì diventerebbe finalmente una risorsa sostenibile.

L’ideale di Bensos

Bensos, nel suo piccolo, parte fin dall’inizio con l’idea di non utilizzare sostanze tossiche a lungo termine né persistenti, neppure in piccole concentrazioni (si vedano i Criteri Bensos). Da sempre, infatti, la nostra base culturale ci ha impedito di utilizzare éscamotage pur di seguire il filone solido e “sicuro” delineato dalle grandi industrie: al contrario, Bensos ha sempre inseguito l’ideale di abolire l’uso di sostanze inquinanti. E continuerà a farlo, tutti i giorni, per la salute dell’ambiente e di tutti.

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